Dal Patto d’Acciaio (tra Roma e Berlino) all’Asse Roma – Berlino – Tokyo che suggellava le affinità ideologiche di Germania, Italia e Giappone e il loro comune obiettivo di creare un nuovo ordine mondiale

Il 27 settembre 1940, a Berlino, l’Italia, la Germania e il Giappone sottoscrissero il Patto Tripartito, noto come Asse Roma-Berlino-Tokyo. Al di là della geopolitica, il Patto Tripartito suggellava le affinità ideologiche dei tre Paesi e il loro obiettivo di creare un nuovo ordine mondiale, avverso sia al capitalismo occidentale sia al bolscevismo russo.
Il Patto d’Acciaio tra Hitler e Mussolini
Nella primavera del 1939 Mussolini e Hitler avevano già firmato un Patto reciproco, che il Duce aveva ribattezzato «d’acciaio». Il patto, che aveva una durata insolitamente lunga (dieci anni), impegnava i due Paesi a riconoscere i propri legittimi spazi vitali e a sostenersi reciprocamente sia che fossero attaccati, sia che attaccassero altre potenze. Hitler, che aveva già fatto digerire a Mussolini l’annessione dell’Austria e l’assassinio del suo protetto, il cancelliere Engelbert Dollfuss, prometteva che non avrebbe commesso altre violazioni agli interessi dell’Italia. Mussolini invece sperava di agganciare l’Italia alla dilagante potenza tedesca. Era chiaro a entrambi che il Patto d’Acciaio, almeno a breve, sarebbe stato sostanzialmente inattuato. Mussolini aveva dichiarato che l’Italia non era pronta a entrare in guerra. E, quando la Germania aveva invaso la Polonia, si era potuto sottrarre all’obbligo di assisterla militarmente, previsto dal Patto, proprio perché Hitler era stato il primo a violarlo, omettendo di avvisarlo dei suoi propositi.
L’Asse Roma – Berlino – Tokyo

Ciò nonostante, la decisione di estendere il Patto d’Acciaio al Giappone era stato il culmine di un naturale avvicinamento dei tre Paesi, così diversi eppure in qualche modo accomunati dalle circostanze storiche. La Germania di Hitler era una nazione potente e in ascesa, insoddisfatta del ruolo, a sua detta umiliante, a cui era stata costretta dopo la Grande Guerra dagli accordi di Versailles. Era per questo che si era riarmata, violandoli, e aveva riaperto una sfida all’ordine internazionale in cui di fatto non si riconosceva. Qualcosa di simile era accaduto al Giappone. Al pari del Terzo Reich, anche il Paese nipponico era insoddisfatto. Circondato dai mari, trovava ora inaccettabile il Trattato navale di Washington, che pure aveva sottoscritto nel 1922 e che conteneva le proporzioni della sua Marina imperiale in una posizione subordinata rispetto a quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.
Analogo discorso per l’Italia che, almeno in teoria, era tra i Paesi vincitori della Grande Guerra. I modesti risultati ottenuti, però, uniti alle enormi perdite umane e alla vastità degli sforzi profusi, avevano fatto parlare di «vittoria mutilata», un concetto discutibile che il fascismo aveva fatto suo senza riserve.
Il Patto Tripartito di fatto era un tentativo di spartirsi il dominio del mondo, in cui ognuno dei contraenti tentava di fissare la propria area di influenza. E questo non era privo di contraddizioni insanabili. La Germania, come noto, mirava al dominio dell’intera Europa continentale. L’Italia, più modestamente, doveva accontentarsi di diventare la prima potenza del Mediterraneo. Per accrescere il suo potere nel Mediterraneo, all’Italia non bastava espellere la Gran Bretagna, cosa che sarebbe accaduta anche solo con la sua caduta. Anche la Francia avrebbe dovuto pagare le conseguenze, perdendo i suoi vasti possedimenti coloniali, tra cui il Marocco, che faceva gola anche alla Spagna di Franco. Hitler però non voleva umiliare la Francia, dopo averla sconfitta, e quindi molto difficilmente avrebbe acconsentito ai desideri espansivi di Mussolini. Comunque, con la firma del nuovo Patto il Duce poteva portare a casa un risultato: il nome di Roma era incastonato, almeno sulla carta, tra quello delle grandi potenze emergenti come la Germania e il Giappone.

Negli anni Trenta a Tokyo si era affermata una oligarchia composta da militari e uomini di industria (per lo più di Stato), in cui non c’era una figura dominante, ma che si muoveva sotto l’egida dell’imperatore Hirohito. L’obiettivo dichiarato di questa élite era assumere il controllo dell’intero Oceano Pacifico e diventare la nazione guida dell’Asia, estendendo il suo controllo dalla Corea alla Manciuria cinese, dall’Indocina alle isole del Pacifico, fino all’India britannica. Sarebbe stato il compimento di una continua espansione del Paese, iniziata nella seconda metà dell’Ottocento, che lo aveva visto industrializzarsi, sostenere uno scontro con la Russia e vincerlo, e coltivare ambizioni sempre più forti. Unendo le forze, le tre nazioni speravano di mandare un messaggio intimidatorio ai loro potenziali nemici, come gli Stati Uniti, per indurli a non entrare in guerra. L’effetto però fu contrario, perché il Patto, con l’enorme minaccia che comportava agli interessi americani nel Pacifico, fornì al presidente Roosevelt un ulteriore argomento per convincere il suo Paese della necessità di entrare in guerra a fianco dell’Inghilterra.





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