Il Duce annuncia l’entrata in guerra dal balcone di Piazza Venezia.

Il 10 giugno 1940 Mussolini si affacciò al balcone di Palazzo Venezia. Sotto di lui si era raccolta una folla gremita di camicie nere.

«Combattenti di terra, di mare e dell’aria, camicie nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania, ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria».

Galeazzo Ciano, personalmente contrario all’allenaza con i tedeschi.

Era la tanto attesa dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Le camicie nere accorse in piazza applaudirono con vero trasporto. Ma la maggioranza degli italiani aveva sperato fino all’ultimo che la guerra fosse soltanto un incubo da cui risvegliarsi. Mussolini però non ne era consapevole. Anzi, alla notizia delle vittorie tedesche, aveva commentato con il genero, Galeazzo Ciano, che il popolo «è puttana e va con il maschio che vince». E adesso il maschio era Hitler. Già nel settembre del 1939 il Führer aveva tentato di coinvolgere l’Italia nella guerra, aspettandosi il suo appoggio contro la Francia e la Gran Bretagna. Era convinto che l’Italia potesse dare un contributo non secondario alla guerra. Mussolini si era vantato con lui di avere «8 milioni di baionette», una cifra non irrealistica, se l’Italia si fosse lanciata nella Seconda guerra mondiale con lo stesso entusiasmo della Prima. Ma adesso l’esercito si trovava in condizioni talmente mediocri che per mascherarle Mussolini aveva dato ordine di ridurre da 3 a 2 i reggimenti necessari per formare una divisione, in modo da aumentare il numero sulla carta. Di queste 73 divisioni poi, meno di 20 erano equipaggiate a dovere. Come aveva detto una volta il cancelliere Otto Von Bismarck, l’Italia aveva un grande appetito, ma denti deboli.

Comunque, offeso perché il Führer non l’aveva avvertito della decisione di attaccare la Polonia, Mussolini gli aveva risposto che l’Italia non disponeva di tutto quello che serviva per un conflitto di quella portata. Il che peraltro corrispondeva alla verità. All’offerta di Hitler di venire incontro a queste esigenze, Mussolini e Ciano si erano divertiti a compilare una richiesta di armamenti e di materie prime «da ammazzare un toro», nelle parole di Ciano, una quantità tale di merce che per trasportarla in Italia sarebbero stati necessari 50 treni merci al giorno per un anno. Era una scusa, e Hitler aveva dovuto abbozzare. Ma dopo diciassette anni di propaganda bellicista, Mussolini sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dare una prova di quello che il regime poteva fare. Voleva estendere le colonie dell’Italia, il che poteva avvenire soltanto a discapito di altre potenze coloniali, come la Francia e l’Inghilterra; desiderava inoltre che l’Italia entrasse nel novero delle grandi potenze. Le sue mosse, anche se propagandate come scelte fatali e frutto del suo genio, altro non erano che un tentativo maldestro di stare al passo con Hitler. Come era accaduto nell’aprile del 1939, quando aveva invaso la piccola Albania, peraltro già satellite dell’Italia, in seguito all’occupazione tedesca della Cecoslovacchia. Il duce sapeva che la guerra era ormai inevitabile, ma pensava di avere ancora uno o due anni di tempo. Ma dopo Dunkerque e gli inattesi risultati contro le potenze occidentali, tutto era cambiato. A sorprendere non era tanto la rapidità dell’azione tedesca, quanto la debolezza della risposta francese e inglese. Il gerarca Roberto Farinacci, apertamente filonazista, spingeva Mussolini a entrare in guerra, nella convinzione che la Germania fosse invincibile.

La Francia si stava dissolvendo, gli inglesi erano in rotta. Tutto faceva pensare che se non si fosse affrettato a entrare nella mischia, Hitler avrebbe deciso le sorti dell’Europa, confinando l’Italia nell’irrilevanza. Fu in questa occasione che pronunciò la cinica frase secondo cui gli sarebbe bastato un migliaio di soldati italiani morti per poter sedere al tavolo dei vincitori.

Anche se il duce ancora lo ignorava, era arrivato troppo tardi. La dichiarazione di guerra alla Francia, in agonia, era destinata ad apparire, non solo ai francesi come una coltellata alle spalle, un gesto vile che non faceva onore all’Italia. La decisione di intervenire solo dopo aver maturato la certezza della vittoria sembrò a tutti il gesto di uno sciacallo. L’ingresso in guerra era stato preparato con tanta sciatteria che nessuno aveva avvisato le navi mercantili di non farsi trovare in porti stranieri diventati da un giorno all’altro nemici. Una negligenza che sarebbe costata la perdita di un terzo della flotta mercantile. Tanto più che le prime operazioni militari in territorio francese furono deludenti. Le altre iniziative prese per mostrare che l’Italia era della partita furono ancora più sconcertanti. Per esempio i militari suggerirono a Mussolini di conquistare Malta. Poi però si lasciò perdere, nella convinzione che se la Gran Bretagna fosse crollata sotto l’attacco di Hitler, Malta sarebbe caduta in mani italiane senza colpo ferire. In realtà Mussolini, davanti alla decisione più importante della sua vita, aveva commesso una serie di errori: pensava di poter ottenere risultati importanti senza investire nell’impresa se non risorse minime, al punto da confermare, anche dopo la dichiarazione di guerra, la sua volontà che gli italiani continuassero a vivere come prima, senza i fastidi di una vera mobilitazione integrale. Ma il più grande degli errori fu pensare che nella primavera del 1940 la guerra fosse già alle sue battute finali, quando invece era solo ai suoi inizi e avrebbe offuscato per estensione tutti i conflitti precedenti. Una serie di sottovalutazioni che avrebbero portato il Paese dritto verso il disastro.

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