Alle ore 7:35 di questa mattina il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. La sua vita tutta intera è stata dedicata al servizio del Signore e della Sua chiesa.

Il primo saluto di Papa Francesco ai fedeli, dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro. Era il 13 marzo 2013

La cifra del pontificato di Papa Francesco è stata l’imprevedibilità, già a partire dal nome: un gesuita che si fa chiamare Francesco sono due notizie in una. E sin dalla prima volta che si affacciò dalla loggia di San Pietro si capì che lo stile del Papa venuto dalla fine del mondo sarebbe stato più spontaneo che sorvegliato («buonasera!»), caratterizzato da una richiesta che Bergoglio ha poi reiterato ogni qual volta ne ha avuto occasione: «Pregate per me». L’imprevedibilità è il contrassegno di chi accetta di essere frainteso, lo slancio umano di chi è più preoccupato di abbracciare che di scandalizzare, di dire una parola in più (magari sbagliata) che una in meno (magari giusta). Anche i Papi – che portano nel ruolo di «vicari di Cristo in terra» un che di mistico e misterioso – sono esseri umani, col loro carattere. È questo proprio del cristianesimo, il divino si comunica sempre attraverso una personalità. E quella generosa e incostante di Francesco non è mai stata d’ostacolo alla sua missione: «Camminare, edificare, confessare Gesù Cristo», come disse nella sua prima omelia a Santa Marta. 

Il linguaggio dei gesti: fede che si fa azione

Era il 27 marzo 2020. Il papa, solo sul sagrato della Basilica di San Pietro. La piazza vuota, come mai si era vista nella storia. Lucida di pioggia. Nessun fedele. Solo un immenso silenzio, carico di dolore ed emozione.

Ha scelto di comunicare Cristo più attraverso i gesti che non attraverso le parole. Certe immagini rimarranno nella storia: il suo incedere nel deserto della Piazza San Pietro ai tempi del Covid, la visita a Lampedusa, il viaggio nell’Iraq dei cristiani perseguitati, l’apertura della Porta santa a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, il paese più povero del mondo. Grandi gesti nel cuore della Storia con la maiuscola, ma anche grandi gesti, più nascosti, dentro le piccole vicende di persone comuni, magari non celebri, ma a loro modo sante. Come quando, fuggendo al protocollo, si recò alla clinica Divina Providencia di padre Aldo in Paraguay. O come quando telefonò ad Anna – una 35enne romana che aveva deciso di non abortire e dare alla luce il figlio nonostante fosse stata abbandonata dal compagno – solo per dirle: «Battezzerò io il tuo bambino». 

Il pontificato di Francesco: aperture, critiche e incontri

© Ipa

Si è sempre esposto molto, Francesco. E inevitabili sono stati i fraintendimenti sulla sua idea di «Chiesa in uscita», «ospedale da campo», da non confondere «con una ong». Progressisti e conservatori si sono alternati nel lodarlo e criticarlo, il più delle volte presi alla sprovvista loro stessi. Chi lo voleva impegnato in continue e sempre più radicali «aperture» su ecologia, omosessualità, fine vita, poi doveva fare anche i conti con un Pontefice che pronunciava parole durissime su aborto, colonizzazione ideologica gender, coppie con più gattini che figli. Ma, appunto, Francesco ha sempre dato l’idea di non volersi soffermare troppo sullo sconcerto che una parola incauta poteva generare, concentrandosi invece su quel che l’incontro con l’altro poteva far nascere. Altri faranno l’elenco dei suoi successi e insuccessi sullo scenario mondiale, valutando a cosa hanno portato certe sue prese di posizione sulle guerre in Siria o in Ucraina, o nel sempre difficile campo del dialogo interreligioso con ortodossi, ebrei, musulmani, con gli stessi cattolici o con i potenti del mondo – dalla Cina di Xi alla Russia di Putin, fino all’America di Trump. A lui, che certamente non a caso citava spesso Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson, pareva, in fin dei conti, interessare solo una cosa: annunciare «la verità che non entra nelle enciclopedie, perché la verità è un incontro con la somma verità: Gesù, la grande verità» (8 maggio 2013). Anche questo, in fondo, un fatto imprevedibile accaduto duemila anni fa «ai confini del mondo» presso la sconosciuta città di Nazareth.

Disarmare le parole per disarmare le menti e la Terra

Era il 23 marzo 2025 e il Papa si era affacciato da un balconcino del Gemelli in occasione dell’Angelus domenicale dopo 38 giorni in ospedale.

Ma è a proposito delle guerre che poco più di un mese fa, dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato, denunciava con una lettera gli effetti devastanti della guerra sulle comunità e sull’ambiente sottolineando come la fragilità umana aiuti a distinguere ciò che è essenziale nella vita: «C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. La guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti. La diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». A Dio Papa Francesco.

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