
I rapporti di Emilio De Bono (1866 – 1944) con l’Africa italiana cominciarono quando era un giovane tenente e si arruolò volontario per la campagna del 1887 in Eritrea. Seguì un lungo periodo di perfezionamento in Italia che gli fece salire i gradini della gerarchia militare. Fu così che il suo ritorno in Africa avvenne nel 1912 quando fu inviato in Libia come comandante con il compito di «impiantare le basi logistiche a Misurata Marina». Durante la guerra italo-turca fu decorato «per l’intelligenza e lo zelo».
L’adesione al fascismo e la figura di quadrumviro
Lasciata di nuovo l’Africa, nella Prima guerra mondiale ebbe il comando su vari fronti, ma dopo il 1918 visto sminuito il ruolo dell’Esercito (che era ciò che più gli stava a cuore) aderì al fascismo: Mussolini aveva bisogno di un vero militare sia per allargare le sue alleanze sia per strutturare in modo organico le sue milizie, e trovò in De Bono il personaggio ideale. Tanto che il generale divenne uno dei quadrumviri che guidarono la Marcia su Roma del 1922 e fu scelto da Mussolini come capo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Nel 1925 De Bono successe a Giuseppe Volpi (preminente industriale italiano della prima metà del Novecento, il quale proprio per il suo impegno in Libia ottenne nel 1925 la nomina a conte di Misurata da parte di re Vittorio Emanuele III) come governatore della Tripolitania, e sotto il suo mandato, oltre a proseguire l’azione di repressione dei ribelli, furono incentivati lo sviluppo dell’agricoltura, la costruzione di scuole e l’incremento del commercio. Richiamato a Roma nel 1928, fu prima sottosegretario e poi ministro delle Colonie. Fu il suo dicastero a «creare» la Libia, unendo le province di Tripolitania e Cirenaica. Chiara fu poi la sua politica di ostilità verso il negus d’Etiopia: rendendosi conto della sua forza, fin dagli anni Trenta lavorò a un potenziamento degli strumenti militari italiani in funzione di una futura guerra contro di lui, che considerava inevitabile.
Il piano per invadere l’Abissinia e la sostituzione con Pietro Badoglio
Già nel 1932 presentò a Mussolini un piano per invadere l’Abissinia, e nel 1935 fu nominato alto commissario per l’Africa orientale: concludere la carriera come comandante di un vittorioso esercito coloniale era la sua esplicita ambizione. Fu accontentato: ebbe la direzione strategica della prima parte della guerra d’Etiopia, e comandò il Fronte nord. Al comando di nove divisioni conquistò Adua, dove emanò un proclama che vietava la schiavitù, Axum e Macallè. Ma la sua prudenza venne considerata eccessiva da Mussolini che lo sostituì con Pietro Badoglio. Per la sua opera ottenne comunque il titolo di maresciallo d’Italia, e commentò la sua esperienza etiope affermando: «In sostanza sono contento». Gli anni seguenti lo portarono però ad allontanarsi dal fascismo e durante la Seconda guerra mondiale non ebbe ruoli attivi. Il 25 luglio 1943 sostenne la destituzione di Mussolini, e pagò quella scelta con la fucilazione a Verona l’11 gennaio 1944.






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