
Giovanni Giolitti diede il nome a un intero quindicennio della politica italiana, la cosiddetta Età giolittiana. Foto di pubblico dominio
Fu il Trattato di Uccialli con cui nel 1889 sembrava che l’Italia avesse acquisito il protettorato sull’Etiopia a far cambiare idea a Giovanni Giolitti sull’espansione coloniale italiana. Egli infatti ebbe sempre un atteggiamento incerto e ambiguo su questo tema. Fu inizialmente ostile alle imprese italiane in Africa promosse soprattutto da Francesco Crispi, prima suo amico e alleato e poi suo personale rivale. Mutò atteggiamento nel 1889, ma fu tra i primi a fare nuovamente marcia indietro lasciando il governo quando il negus Menelik sconfessò l’interpretazione italiana del trattato.
Lo scandalo della Banca Romana

Nel 1892 – 93 guidò un suo primo governo, che fu travolto dallo scandalo di corruzione della Banca Romana. Erano emerse le malversazioni, gli atti di corruzione, e in generale le attività illecite portate avanti nel decennio precedente da Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana, l’istituto di credito della politica e della finanza della capitale. La Banca Romana aveva sostenuto con prestiti e linee di credito la bolla speculativa legata all’espansione edilizia della capitale e aveva utilizzato gran parte delle riserve di cassa per corrompere politici e membri di governo. Alla fine, però, si trovò in una crisi di solvibilità e dovette dichiarare fallimento. A quel punto i giornali si buttarono sullo scandalo, che era davvero gravissimo e il governo ne fu travolto. Sotto la pressione della stampa e dell’opinione pubblica fu istituita una commissione d’inchiesta che portò a un processo dove, tra gli imputati, figuravano anche politici di primo piano, come lo stesso Francesco Crispi e Giovanni Giolitti. Il processo si chiuse con un’assoluzione generale, ma il governo dovette intervenire per sanare i debiti dell’istituto. Nessuno dei politici accusati subì conseguenze, tranne Giolitti che per dieci anni rimase escluso dalla politica che contava. Ma nel 1903 della Banca Romana non si ricordava più nessuno. Giolitti tornò protagonista della vita politica italiana dopo Adua e la caduta di Crispi.
Dopo lo scandalo Giolitti torna protagonista della politica
Di nuovo primo ministro dal 1903 al 1914, la sua politica fu tutta orientata alle questioni interne italiane fino a quando la Francia occupò il Marocco, e di conseguenza Giolitti decise la conquista della Libia. Il 29 settembre 1911 il suo governo dichiarò guerra alla Turchia senza l’approvazione del Parlamento, come lo statuto gli consentiva. L’atteggiamento di Giolitti verso questo tipo di impresa è ben chiarito dalle sue stesse dichiarazioni. In ottobre si giustificò evocando la «fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo assumere tutte le responsabilità, poiché una esitazione può segnare l’inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli». Alla Camera nel 1912 spiegò che si trattava di una guerra coloniale intrapresa non «per entusiasmo, ma unicamente per ragionamento». Dopo le prime difficoltà, la conquista di Tripolitania e Cirenaica fu un successo anche grazie all’abilità diplomatica di Giolitti che aveva ottenuto un ampio riconoscimento internazionale per l’azione italiana. Inoltre l’impresa fu accompagnata da un enorme consenso nazionale, con l’eccezione del Partito socialista dai cui ranghi emerse Benito Mussolini, a quel tempo ferocemente pacifista. Fu anche sugli investimenti che Giolitti chiedeva per la Libia che nel 1914 cadde il suo governo.






Lascia un commento