Accusato di aver tradito la sommossa liberale, ebbe il coraggio di prendere ardue decisioni. Se ne pentì, ma ormai aveva dato il via al Risorgimento italiano.

Carlo Alberto (1798-1849) diventò re nel 1831. Egli sapeva che il suo regno cominciava in un momento particolarmente difficile, dopo i moti rivoluzionari che erano scoppiati un po’ ovunque in Europa. La sua situazione era davvero particolare: era l’unico della casata ad avere già conosciuto un brevissimo periodo di gestione del potere, quello della reggenza del 1821. E già si erano manifestati in lui i caratteri di un re pieno di dubbi e di contraddizioni. Era un sovrano fra due fuochi: un traditore per i liberali, mentre i conservatori non gli perdonarono l’educazione giacobina. Per tutta la vita sarebbe rimasto un enigma, continuamente combattuto fra autoritarismo e sussulti libertari per rispondere alla propria intenzione di «conservare svecchiando». Carlo Alberto si rese conto che passare da una politica troppo conservatrice a una più liberale, raccogliendo il prevedibile consenso popolare, avrebbe ostacolato il diffondersi di idee politiche più radicali come quelle propugnate da Giuseppe Mazzini. Queste idee Carlo Alberto le conosceva bene. Erano entrate in famiglia attraverso suo padre Carlo Emanuele, che era stato educato in un collegio francese, e anche attraverso sua madre Albertina. La loro casa era frequentata da molti intellettuali di tendenze liberali, ed essi stessi nutrivano simpatie verso i francesi. Tanto che, quando re Carlo Emanuele IV dovette lasciare Torino per la Sardegna, i Savoia-Carignano rimasero indisturbati. Quando poi si era costituita la Repubblica Cisalpina di ispirazione napoleonica, entrambi vi avevano aderito. Rimasta vedova, la madre di Carlo Alberto si era trasferita a Parigi, dove ormai si stava affermando Napoleone, che prese a benvolere Carlo Alberto nominandolo ufficiale dei dragoni francesi. Negli anni successivi, quando era ormai deciso che in mancanza di eredi diretti dei Savoia la corona sarebbe toccata a lui, Carlo Alberto era stato affidato ad alcuni precettori per essere rieducato ai principi assolutistici dei Savoia. Ma il suo primo atto pubblico al tempo dei moti del 1821, cioè la concessione della Costituzione, aveva palesato sia la sua insicurezza che la sua sostanziale inaffidabilità.
La lettera di Giuseppe Mazzini
Per farsi perdonare dallo zio e dagli austriaci, e per non perdere la possibilità di ereditare il trono, Carlo Alberto era andato a combattere in Spagna, prendendo parte alla repressione della rivoluzione liberale spagnola. Aveva combattuto nella sanguinosa battaglia del Trocadero. In quell’occasione era stato così temerario da meritarsi una decorazione e il perdono degli austriaci, attirandosi però l’odio dei suoi antichi amici politici. Nonostante ciò, nel 1831 Giuseppe Mazzini gli inviò la lettera «A Carlo Alberto di Savoia, un italiano». L’idea proposta da Mazzini era quella di realizzare un’Italia unita sotto lo scettro costituzionale del re di Sardegna:
«Gli Italiani vogliono libertà, indipendenza ed unione. La Corona d’Italia non aspetta che l’uomo sia abbastanza ardito per concepire il pensiero di cingerla. Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: “Unione, Libertà, Indipendenza”; proclamate la santità del pensiero; dichiaratevi vindice, interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta Italia! Liberate l’Italia dai barbari! Edificate l’avvenire. Incominciate un’era da voi. Siate il Napoleone della Libertà italiana. Prendete quella Corona, essa è vostra, purché vogliate».
In risposta, Carlo Alberto intensificò la repressione dei seguaci di Mazzini e condannò all’esilio Vincenzo Gioberti, che era stato il suo cappellano e che, una volta rientrato in patria, sarebbe diventato il primo presidente della Camera dei Deputati subalpina. Carlo Alberto non si fidava del tutto dei liberali, né questi si fidavano di lui. Ma egli aveva capito che potevano essere reciprocamente utili, sia in chiave di stabilità interna, sia in vista di una politica di crescita economica e territoriale. In quegli anni furono promulgati i nuovi Codici civile e penale. Fu allentato il protezionismo con la riduzione dei tassi di importazione e ci fu un generale sviluppo dell’economia del regno sabaudo. La classe borghese crebbe di numero e diventò finanziariamente più solida. Si fecero importanti investimenti nei campi dell’educazione e della cultura. Mentre metteva in atto questa moderata svolta liberale, Carlo Alberto si convinse sempre più che era arrivato il momento di accettare il ruolo di guida al processo di unificazione italiana, che però nella sua visione non era quello pensato da Mazzini di «interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta Italia», ma di continuatore dell’espansione sabauda.
Lo Statuto Albertino
Lo fece anche perché il papa si stava schierando contro l’assolutismo rappresentato dall’Austria. Capì che non poteva farsi anticipare dagli altri pretendenti e, anche sull’esempio delle concessioni liberali fatte dal Granduca di Toscana, 1’8 febbraio 1848 concesse la Costituzione, conosciuta come Statuto Albertino. Era un documento importante, ispirato alla Costituzione francese del 1830, e conteneva garanzie di libertà, quali la responsabilità dei ministri, un potere legislativo esercitato collettivamente dal re e dalle due Camere (una a nomina regia, l’altra elettiva), il ritorno alla libertà della stampa, l’inviolabilità della libertà personale, l’istituzione della milizia civica e l’inamovibilità dei giudici.
L’ondata insurrezionale in Europa e la sconfitta di Custoza
Pochi giorni dopo, in Francia scoppiò una rivoluzione che rovesciò il re Luigi Filippo e proclamò la Seconda Repubblica. Il clima era rovente, e non solo Oltralpe: il 1848 fu caratterizzato da una vera e propria ondata insurrezionale in tutta Europa. Scoppiarono rivolte anche a Berlino, Modena, Venezia, Milano (le famose Cinque Giornate), perfino nella stessa Vienna, con Metternich che dovette cedere e lasciare il Paese insieme alla moglie. Era in atto un generale sommovimento contro l’Austria e approfittando di questo momento di debolezza Carlo Alberto le dichiarò guerra. Nel farlo, decise di adottare come bandiera il tricolore con lo stemma dei Savoia e nel «Proclama rivolto alle genti lombarde e delle Venezie», scrisse queste parole: «E per meglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana». Il 23 marzo 1848, il Regno di Sardegna, con l’appoggio di circa 9.000 volontari lombardi, veneti e napoletani, entrò in guerra contro l’Impero Austriaco. Le operazioni belliche cominciarono tra il 25 e il 26 marzo con il passaggio del Ticino, il fiume che segnava il confine tra il Regno di Sardegna e il territorio nemico del Lombardo-Veneto. L’ingresso in guerra contro l’Impero degli Asburgo era la soluzione che mirava a ottenere il massimo utile con il minimo sforzo. Esso sfruttava a proprio vantaggio l’energia che si era creata in Europa, invece di cercare di opporvisi e rimanerne travolti. Lo capirono bene i borghesi, i quali nel re videro la figura che sarebbe riuscita a tenere sotto controllo le frange più rivoluzionarie del movimento, quelle che avrebbero potuto condurre a una deriva pericolosa per i loro interessi. Ecco perché i borghesi appoggiarono con entusiasmo la scelta del re. Per lo stesso motivo Carlo Alberto non voleva che la guerra fosse combattuta da volontari sotto il comando di personaggi fuori dagli schemi, come Giuseppe Garibaldi, un eroe sempre più popolare e dunque scomodo, rientrato appositamente dall’America. Il re voleva vincere con le truppe regolari sotto il suo personale comando. Ma fu proprio dall’esercito che gli arrivò la delusione più cocente. Le forze sabaude si rivelarono impreparate e mal guidate, con ufficiali che non avevano mai combattuto una vera guerra. Dopo le prime vittorie a Pastrengo (30 aprile 1848) e a Goito (30 maggio), non essendo riuscito a chiudere subito la partita con gli austriaci guidati dal maresciallo Radetzky, il corpo di spedizione subì il contrattacco. Dopo la sconfitta di Custoza (27 luglio), Carlo Alberto capì che non c’era altra soluzione che proporre un armistizio: quello di Salasco, che il 9 agosto 1848 fu firmato a Vigevano. Dopo qualche mese, nella primavera del 1849, il regno sabaudo riprese le ostilità con un’impresa che molti considerarono coraggiosa ma disperata: la tragica sconfitta di Novara, il 23 marzo 1849, fu il capolinea della carriera politica di Carlo Alberto. Consapevole di non poter resistere oltre, il re abdicò. Lo attendeva l’esilio in Portogallo, dove Carlo Alberto morì quattro mesi dopo probabilmente di malattia, ma anche di dolore per il fallimento del proprio progetto politico.





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