Donald Trump e Kamala Harris prima del dibattito in tv a Filadelfia, il 10 settembre 2024. (Saul Loeb, Afp)

Il prossimo martedì 5 novembre negli Stati Uniti si voterà per eleggere il nuovo presidente. Queste elezioni, dopo quelle del 2020, saranno le più importanti perché chi le vincerà, tra Donald Trump e Kamala Harris, dovrà avere quella forza politica necessaria per potersi imporre nella politica interna e, soprattutto, in quella estera, considerati i tanti conflitti geopolitici che vi sono sia in Europa che in Medio Oriente.

Perché si vota a novembre?

Un seggio elettorale di Washington, ospitato in una scuola media. Jonathan Ernst/Reuters

In America, per legge, le elezioni presidenziali hanno sempre luogo nel mese di novembre e, per la precisione, il primo martedì del mese. Ma perché questa anomalia elettorale, visto che nella gran parte degli Stati si vota di domenica? Nell’Ottocento si voleva favorire la partecipazione elettorale di tutti quei cittadini provenienti dalle zone rurali che erano impiegati soprattutto nelle attività agricole. Essendo novembre il mese in cui il raccolto finiva, si scelse proprio questo mese e, come giorno, il martedì; si escluse la domenica perché considerato come giorno di riposo assoluto. Ma si escluse anche il giorno successivo, cioè il lunedì, poiché lo si impiegava per raggiungere i seggi elettorali che all’epoca si trovavano solo nelle zone urbane. Il viaggio, che nell’Ottocento avveniva prevalentemente col cavallo o il calesse, impiegava anche tutto il lunedì, dunque solo di martedì ci si poteva trovare nel seggio per votare.

La rigida separazione dei poteri

Nelle elezioni presidenziali il Presidente, sebbene parli sempre a nome del popolo, dal popolo non è eletto o almeno non direttamente. I costituenti americani, per evitare un ritorno dell’assolutismo monarchico, che li aveva colonizzati per tanti anni, proposero una forma di governo che si basava su una rigida separazione dei poteri: il potere legislativo, esecutivo e giudiziario dovevano essere non solo separati, cioè esercitati da persone differenti, ma che non si influenzassero tra di loro. Per cui evitarono le elezioni del Presidente da parte del Congresso (organo che svolge le funzioni legislative e che è composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato federale) perché si temeva che il Presidente potesse avere sempre un potere, quello legislativo appunto, a cui essere grato e si volle evitare per questo anche l’elezione diretta da parte dei cittadini perché quest’ultimi già eleggevano direttamente il Congresso e si tendeva a differenziare anche la fonte di elezione dei diversi poteri della Nazione.

Il suffragio universale indiretto

Si scelse così il suffragio universale indiretto: i cittadini non votano direttamente il Presidente ma il cosiddetto collegio elettorale. Esso è un organo composto dai grandi elettori, cioè coloro che voteranno direttamente per il Presidente, sulla base delle scelte della popolazione. Attualmente i grandi elettori sono 538, numero che corrisponde alla somma dei rappresentanti di tutti gli stati federati; ognuno di essi, in proporzione al proprio numero di abitanti, ha un numero di grandi elettori (l’Alaska ne ha 3, la California 54) che vengono scelti dai partiti che partecipano alle elezioni (democratico e repubblicano), tra quei cittadini che siano politici locali, ex presidenti o militanti fedeli. Il sistema elettorale è un maggioritario puro, per cui, se in uno Stato un candidato ottiene anche un solo voto in più dell’altro, i grandi elettori voteranno, almeno di quello Stato, tutti quanti per il primo candidato. Questo sistema ha prodotto delle assurdità, ossia casi in cui dei candidati che ottenessero anche più voti popolari, non siano risusciti ad avere la maggioranza dei grandi elettori (270) perché magari avevano ottenuto la maggioranza negli Stati maggiormente popolati (come la California) ma non in tutti quegli altri Stati non particolarmente popolati ma i cui grandi elettori hanno inciso per l’elezione dell’avversario, come successe nel 2016, quando la candidata democratica Hillary Clinton prese circa 3 milioni di voti popolari in più di Trump, il quale però, avendo ottenuto la maggioranza dei voti del collegio elettorale, andò alla Casa Bianca.

Gli “Stati chiave” che determinano l’esito delle elezioni

Sebbene una buona parte degli Stati da anni diano la maggioranza al medesimo partito, una parte di essi, tra cui la Pennsylvania, il Michigan, il Wisconsin e la Georgia, i cosiddetti swing states, ad ogni tornata elettorale non scelgono sempre lo stesso partito, per cui è in quegli Stati che verranno segnati i risultati delle prossime elezioni. Si tratta di quegli Stati dove si concentrano le maggiori contraddizioni della società americana, territori segnati dalla de-industrializzazione e dalla presenza di quelle minoranze etniche inclini a votare per un candidato a scapito dell’altro. Ricordiamo, inoltre, che la Pennsylvania e il Michigan, storicamente democratici, con i loro grandi elettori portarono Trump alla vittoria e quegli stessi Stati, nel 2020, aggiungendoci la Georgia, fecero vincere Joe Biden. Per cui, paradossalmente, gli elettori di questi singoli Stati, di popolazione inferiore alle nazioni europee, determineranno l’esito delle elezioni del proprio presidente.

La legge che impedisce di consumare cibo e bevande

Tuttavia, il Presidente rischia di non rappresentare la maggioranza della popolazione nazionale perché in alcuni Stati, caso clamoroso quello della Georgia, è stata emanata una legge che impedisce, anche durante grandi assembramenti nei seggi elettorali, di distribuire e consumare cibo e bevande, impedendo a quella popolazione, straniera e in condizioni economiche critiche, di andare a votare. Per questo motivo il Presidente Biden minacciò di emanare l’ordine esecutivo contro questa legge.

Il voto per corrispondenza

In alcuni Stati, come quello di New York, il voto per posta o da casa è riconosciuto solo agli over 65 e ai disabili, rallentando non solo le operazioni elettorali ma escludendo, per le sue complicazioni burocratiche, anche quella fascia di popolazione che non ha dimestichezza con i mezzi telematici dalle elezioni. Soprattutto il voto anticipato, adoperato durante la pandemia da covid per evitare troppi assembramenti e oggi largamente utilizzato, rallenta le operazioni di conteggio perché, assieme ai voti per posta o da casa e di quelli dei cittadini residenti all’estero, devono essere conteggiati dopo le elezioni ufficiali. Per legge, dopo che si sono contati i singoli voti nazionali del collegio elettorale, quest’ultimo si riunisce nei rispettivi Senati Statali, non oltre il quinto mercoledì di dicembre, per eleggere il Presidente e i plichi, verranno portati al Congresso in seduta comune al Senato il 6 gennaio dove il Presidente del Senato proclamerà eletto il nuovo Presidente che entrerà nel pieno dei suoi poteri il 20 gennaio, dopo aver giurato.

I risultati elettorali…in anticipo

È curioso notare che, malgrado queste lunghissime procedure elettorali, i risultati si sanno già dalla prima notte elettorale. Fu per questo motivo che, malgrado la procedura fosse ancora in corso, i sostenitori di Trump assalirono il congresso il 6 gennaio del 2021, ritenendo che l’elezione fosse stata rubata a danno di Trump.
Quelle del prossimo 5 novembre, saranno elezioni che formalmente si concluderanno a gennaio ma i cui risultati già li sapremo nelle prime ore, o nei primi giorni, dopo i voti popolari. Una cosa è certa, queste elezioni lasceranno una Nazione profondamente divisa e polarizzata.

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