MANIFESTANTI indossano l’eskimo (il primo a sinistra e al centro), un indumento diventato un simbolo delle rivolte studentesche nel 68, nella fotografia di Uliano Lucas
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Nella storia del Sessantotto, il 1° marzo di quell’anno identifica la nascita del movimento della contestazione giovanile italiana. Quel giorno accadde infatti a Roma ciò che nessuno avrebbe mai immaginato. Lo scenario fu Valle Giulia, davanti alla Facoltà di Architettura della Sapienza, la più grande università d’Europa: oltre quattromila giovani partiti da Piazza di Spagna avevano deciso di rientrare nell’ateneo per occuparlo nuovamente dopo che era stato sgomberato dalle forze dell’ordine il giorno prima. Quando la polizia cominciò a mettere mano a manganelli, idranti, lacrimogeni, i ragazzi reagirono, difendendosi con sanpietrini, bastoni, sbarre e qualsiasi cosa potesse essere usata come arma di difesa. Tutto era iniziato il 28 febbraio, quando il Consiglio di facoltà di Lettere aveva autorizzato lo svolgimento degli esami nonostante la facoltà occupata (per la liberalizzazione dei piani di studi e per contestare l’innalzamento delle tasse, come stava avvenendo in molte altre università italiane), ma gli studenti avevano chiesto di poter rifiutare il voto e di accedere a un nuovo appello d’esami. Il rettore aveva bollato come inaccettabile quella richiesta e, persistendo l’occupazione, aveva chiamato la Questura. Dopo lo sgombero, gli studenti, in una infuocata assemblea, avevano deciso di “riprendersi l’università”. A qualsiasi costo, anche opponendo la violenza alla violenza.

L’INGRESSO della Triennale di Milano durante
l’occupazione nel maggio ‘68.

La contestazione studentesca aveva debuttato anni prima: il 24 gennaio 1966, la facoltà di Sociologia di Trento (che aveva fra gli iscritti i futuri fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Margherita Cagol) era stata occupata per contrastare la decisione del rettorato di rifiutare il piano di studi liberalizzato chiesto dagli studenti. Il 15 novembredell’anno successivo, gli studenti delle università di Torino e Milano si accordarono per occupazioni simultanee. A Torino, Guido Viale guidò la contestazione contro lo spostamento della facoltà di Architettura in una sede decentrata, alla Cattolica di Milano, Mario Capanna fu il leader di quello che diventerà il Movimento studentesco più importante d’Italia. A generare l’occupazione milanese fu l’opposizione da parte degli studenti all’aumento delle tasse universitarie. Gli interventi della polizia rappresentarono una sorta di propulsore per una contestazione che nei mesi successivi, oltre ad allargarsi in tutta Italia, si sarebbe espressa con nuove forme anche violente, come sarebbe avvenuto appunto a Roma. Contrariamente a quanto accadeva prima (vale a dire l’accettazione passiva di qualche manganellata e di qualche ematoma), a Valle Giulia debuttò una reazione attiva, che non riconosceva più allo Stato il diritto di essere l’unico autorizzato ad esercitare la violenza. «Era la prima volta», disse Oreste Scalzone, uno dei leader di quella contestazione, «che la longa manus armata della repressione veniva fronteggiata, e non a opera degli operai, ma di giovani studenti, spesso ancora imberbi. Per noi è stata l’uscita dalle catacombe, la fine del minoritarismo». Tutti sulle barricate, coerentemente con quella frase di Pietro Nenni, il grande vecchio del socialismo italiano: «Chi a vent’anni non è un rivoluzionario, a quaranta è un informatore della polizia». Quel giorno, quel venerdì d’inizio marzo, nacque ufficialmente il Sessantotto italiano. Ma, contemporaneamente, morì l’unità degli studenti sul piano politico. Se a Valle Giulia giovani di destra, di sinistra, liberali, cattolici, avevano fatto fronte comune contro il potere rappresentato dagli uomini in divisa, da quel momento in avanti ognuno avrebbe percorso una propria strada sul piano della contestazione, anche se la rivolta studentesca marcò essenzialmente i caratteri di una sinistra che però non si riconosceva nelle linee guida del comunismo. Il Sessantotto italiano produsse il suo ultimo amaro frutto il 31 dicembre di quell’anno. La notte di San Silvestro, la contestazione davanti a La Bussola di Viareggio – all’epoca il locale più alla moda d’Italia – fu contrastata da cariche della polizia che alla fine provocarono parecchi feriti, fra cui lo studente Soriano Ceccanti che, colpito da un proiettile, rimarrà paralizzato agli arti inferiori.

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