La storia di Cinecittà inizia durante il fascismo. Nel 1935 un vasto incendio distrusse gli studi cinematografici della Cines, situati a Roma vicino alla Basilica di San Giovanni, e nello stesso anno la società venne acquistata dalla Saisc (Società Anonima Italiana Stabilimenti Cinematografici) di Carlo Roncoroni, l’imprenditore che l’anno dopo acquistò ben 600mila metri quadrati di terreni lungo la via Tuscolana per farne la nuova «città del cinema». I lavori iniziarono il 29 gennaio 1936 con la posa della prima pietra e dopo soli quindici mesi, il 28 aprile 1937, Mussolini inaugurò Cinecittà, un complesso composto da 73 edifici, tra cui 21 teatri di posa, centrali elettriche, uffici della direzione su progetto dell’architetto Gino Peressutti

21 aprile 1937, l’inaugurazione della «più rande fabbrica dei sogni»

La mattina del 21 aprile 1937 il mondo intero avrebbe assistito alla nascita della più grande fabbrica dei sogni. Fu perciò con una certa emozione che Mussolini si recò all’inaugurazione di quella nuova impresa che aveva fortemente voluto. Sempre suggestionato dalla storia romana, progenitrice della nuova Italia da lui fondata, volle che la città del cinema italiano vedesse la luce il 21 aprile, giorno ritenuto, fra storia e leggenda, quello della fondazione di Roma. Per la cerimonia il Duce in persona aveva sovrinteso a ogni dettaglio, perché l’avvenimento sarebbe stato seguito anche dalla stampa internazionale. Fu così che venne allestito un gigantesco apparato scenografico che raffigurava il capo del governo mentre armeggiava con una macchina da presa con la scritta «La cinematografia è l’arma più forte», destinata a diventare una delle tante epigrafi che il fascismo disseminerà per tutto il Paese. 

Dalla produzione di film di grande successo alla caduta in rovina del complesso durante la Seconda guerra mondiale

Nel primo anno di vita vi furono girati ben 19 film. Una delle produzioni più importanti fu quella di Scipione l’Africano di Carmine Gallone, un film realizzato proprio nel 1937. Durante la Seconda guerra mondiale (1939-1945), gli studi furono saccheggiati. Dopo l’8 settembre del 1943, a seguito dell’occupazione tedesca della Capitale e del vero e proprio saccheggio di tutti i materiali presenti, il complesso cadde in rovina e la fine della guerra non coincise con un rilancio effettivo: con il Neorealismo infatti i cineasti si spostarono dai teatri alla strada, realizzando scene all’aperto. 

La rinascita di Cinecittà

Gli studios nella Città Eterna: dal cinema come propaganda del governo mussoliniano al boom degli anni Cinquanta con le produzioni americane. Il mito raccontato da Fellini e Visconti

La profonda crisi venne superata grazie al contributo americano, con i cineasti d’oltreoceano che decisero di girare a Roma diversi kolossal tra i quali il famoso Quo Vadis?, attirati dal basso costo delle straordinarie maestranze della «Hollywood sul Tevere». Gli anni Cinquanta coincisero così con il periodo d’oro degli stabilimenti, celebrati in alcune pellicole destinate a fare la storia del cinema, da Bellissima di Luchino ViscontiLa dolce vita di Fellini, emblema e sigillo di una stagione irripetibile. Ma la fortuna di Cinecittà proseguì fino a tutto il decennio dei Settanta: da Roma e Amarcord di Fellini, a Morte a Venezia e Ludwig di Visconti, a Novecento di Bernardo BertolucciSalò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, senza dimenticare il fondamentale contributo delle produzioni dei film western. E fu proprio grazie alle produzioni dei film western che gli Studi conobbero il periodo di massimo splendore del dopoguerra. Negli anni Ottanta la crescita esponenziale della televisione, la fine delle produzioni americane e la crisi del cinema italiano determinarono la perdita progressiva del primato di Cinecittà. Per tornare ad essere competitivi, durante il decennio successivo gli Studi dovettero mettere mano ad una profonda trasformazione segnata dall’ingresso delle tecnologie digitali e dall’ampliamento delle strutture, addirittura quadruplicate nella cubatura, per fare posto a ben 22 teatri di posa, contro i 21 precedentemente esistenti. Questi interventi così radicali hanno ottenuto l’effetto sperato di attrarre di nuovo le grandi produzioni straniere e, a partire dal terzo millennio, ospitare importanti set di serie televisive.

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