Uomo gentile, riservato, elegante e con la passione per il suo mestiere. Ci ha lasciati troppo presto Franco Di Mare. I suoi racconti di saggezza e cultura giornalistica hanno accompagnato la nostra vita quotidiana, dalle pagine della carta stampata, dagli schermi del Tg1 e da quelli dei programmi di approfondimento che sono lo strumento più potente della divulgazione di notizie. Il suo racconto attraversava il fatto di cronaca per arrivare ad una riflessione sui valori per lui imprescindibili: diritti, etica, valori sociali, impegno civile. 

La lunga carriera: da inviato di guerra a Unomattina

Franco Di Mare

Franco, l’uomo dalle tante vite, come lui stesso diceva. Tante quante ne ha raccontate nella sua lunga carriera di giornalista e inviato. In Rai arriva nel 1991; i suoi reportage dalle zone di guerra hanno fatto scuola. Racconta la sanguinosa guerra nella ex Jugoslavia, ed è a Sarajevo quando, documentando la vita dei bimbi di un orfanotrofio, incontra gli occhi di una bambina di dieci mesi. L’orfanotrofio era stato colpito da una granata, scrive nel libro autobiografico Non chiedere perché. Tra tanti bambini biondi, «ne notai una con i capelli scuri, era l’unica che sorrideva. Io la presi in braccio, lei mi si aggrappò al collo e quello fu l’inizio di una grande storia»La chiamerà Stella e la adotterà.  Oggi Stella è una donna, ed è rimasta fino all’ultimo accanto a lui. Inviato speciale nella prima e nella seconda guerra del Golfo; ma anche Afghanistan e America Latina.

Nel suo ultimo libro Le parole per dirlo racconta del suo lungo tempo trascorso nei Balcani tra i proiettili all’uranio impoverito: «Ogni esplosione liberava nell’aria infinite particelle di amianto. Ne bastava una…Il periodo di incubazione può durare anche trent’anni». «Scrivo questo libro – aveva detto all’uscita del volume – per parlare di due malattie: quella della guerra fuori di noi e quella delle guerre che in tanti combattono dentro loro stessi e che colpiscono anche lontano dalle barricate. È rivolto a chi sta male perché non perda il coraggio, a chi odia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie e a chi crede nella forza salvifica della ricerca e dell’amore». Caro Franco, grazie. Ti abbiamo voluto bene.

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