Il trattato di Shimonoseki

Durante la notte dell’8 febbraio 1904, la Marina imperiale nipponica attaccò senza preavviso una cannoniera russa a largo di Port Arthur in Manciuria. Iniziò così la Guerra russo-giapponese del 1904-05, che vide contrapposti gli interessi del grande impero degli zar e quelli del nascente impero del Sol Levante. Fu la prima grande guerra del XX secolo, la prova generale per i conflitti tra potenze industrializzate che di lì a poco avrebbero sconvolto il mondo. In pochissimi anni, il Giappone si era trasformato da stato retrogrado, feudale e chiuso in sé stesso, in una moderna nazione industrializzata che mirava a espandersi, soprattutto ai danni della Cina e della Corea. Già nel 1894 la disputa tra il Giappone e l’impero cinese per il controllo e l’influenza sulla Corea, aveva portato allo scoppio di una prima guerra tra i due Paesi. I giapponesi avevano vinto facilmente e avevano preso coscienza della loro effettiva forza militare. Dopo la vittoria, con il trattato di Shimonoseki la Cina abbandonava ogni rivendicazione sulla Corea e cedeva al Giappone Taiwan e Port Arthur. Tuttavia, tre potenze occidentali, Russia, Germania e Francia, intimarono al Giappone di abbandonare la penisola di Liaodong e Port Arthur. In cambio del ritiro, l’impero nipponico ottenne una compensazione di 5 milioni di sterline dalla Cina e mantenne il controllo di Weihai nello Shandong. Dal canto suo, la Russia tornò in possesso di Port Arthur, che rappresentava un porto ideale per la flotta imperiale del Pacifico, ma che soprattutto avrebbe potuto trasformarsi in un trampolino di lancio per le tentazioni imperialistiche russe. Per il Giappone, la possibilità per i russi di ammassare truppe e materiali, a poche centinaia di chilometri dai propri confini, era un vero problema strategico. Si trattava di una provocazione inaccettabile per l’imperatore Mutsuhito, che cercò di arrivare a un accordo diplomatico.

6 febbraio 1904, il Giappone ritira la rappresentanza diplomatica

Dopo quasi un anno, però, non era stato fatto nemmeno un passo avanti. L’ambasciatore giapponese, profondamente offeso, pose fine ai negoziati: il 6 febbraio 1904, la rappresentanza diplomatica giapponese abbandonò San Pietroburgo. Tre giorni dopo, l’8 febbraio, l’ammiraglio giapponese Togo ordinò l’attacco a sorpresa: prima furono affondate due navi da guerra russe a Chemulpo, in Corea, poi furono silurate altre navi davanti a Port Arthur, quindi iniziò un cannoneggiamento incessante sulla flotta all’ancora, che rimase inchiodata nel porto, mentre il grosso della flotta russa era bloccato dai ghiacci a Vladivostok. Una volta affermata la loro supremazia sul mare, i giapponesi ebbero campo libero per inviare, via mare, migliaia di soldati in Corea e Manciuria. La Corea venne invasa in poche settimane e il primo maggio i giapponesi arrivarono anche in Manciuria. In settembre, i russi vennero respinti fino a Mukden (in Corea) e Port Arthur venne circondata. In autunno, due sanguinose ma non decisive battaglie, spinsero i russi più a nord. Il 2 gennaio 1905, Port Arthur si arrese alla fine di un estenuante assedio.

Lo scenario del conflitto.

All’inizio del 1905 i giapponesi scatenarono una nuova offensiva in Manciuria, vinsero la battaglia di Mukden e respinsero i russi ancora più a nord, per oltre 100 chilometri. A quel punto, dopo l’attacco a Port Arthur, lo zar decise di mandare sul teatro di guerra 45 navi della gloriosa flotta del Baltico, ma c’era un problema: per arrivare, dovevano attraversare tre oceani e circumnavigare il continente africano e percorrere 29mila chilometri. Un’impresa di così grande portata includeva molti problemi logistici, il primo tra i quali il rifornimento della flotta. In ogni caso, il 16 ottobre 1904 la flotta salpa da Libau (oggi in Lettonia), al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij dimostra fin dall’inizio le scarse possibilità di riuscita della spedizione. La nave ammiraglia si arena poco dopo la partenza. In più, mentre si attende che venga rimessa in linea, un cacciatorpediniere sperona accidentalmente la corazzata Osljabja, che a quel punto deve tornare indietro per le riparazioni. La spedizione continua il suo viaggio attraversando l’Oceano Indiano arrivando in Indocina per dirigere, dopo otto mesi di navigazione e circa 2000 morti, su Vladivostok dove la flotta avrebbe dovuto rifornire, sistemare scafi e armamenti e integrare gli equipaggi. La flotta nipponica intercetta quella russa nello stretto di Corea, davanti all’isola di Tsushima.

Il trattato di Portsmouth che pose formalmente fine alla guerra russo-giapponese

Fanteria giapponese

Dal 27 al 29 maggio 1905 si svolge l’ultimo atto della guerra. I giapponesi ottengono una vittoria schiacciante, affondando otto corazzate, nove incrociatori e diverse altre navi, uccidendo 4mila marinai russi e facendo 7.300 prigionieri. Al contrario, le perdite giapponesi ammontano a 3 torpedinieri, 116 morti e 530 feriti. Nel trattato di Portsmouth, che pose formalmente fine alla guerra russo-giapponese, firmato con la mediazione del presidente americano Theodore Roosevelt il 5 settembre 1905, la Russia deve rinunciare alle basi navali di Port Arthur e di Liaoyang in Cina, perde la parte meridionale dell’isola di Sakhalin e la Manciuria e deve riconoscere la Corea come parte della sfera di influenza giapponese. Finisce così quel conflitto, con una pace deludente e con il popolo russo che si sente disonorato dallo zar e dalla Marina russa. È anche per questo che proprio in quei giorni esplode una rivolta sanguinosa e che, successivamente, arriverà la rivoluzione del 1917.

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