Il 14 maggio 1944 le truppe coloniali del Corpo di spedizione francese in Italia, comandate dal generale Alphonse Juin, presero con slancio Monte Maio, una cima degli Aurunci, nel Lazio Meridionale. L’iniziativa, che avveniva mentre gli americani incontravano una forte resistenza sul fiume Garigliano, era costata la perdita di 2.000 uomini, ma la linea Gustav era stata infranta. La vittoria era in gran parte da attribuire ai goumiers, i soldati marocchini. Avvolti nelle loro djellaba, lunghe tuniche a strisce, barbuti, con i sandali ai piedi e un coltellaccio infilato alla cintura, il koumia, con il loro aspetto sinistro ed esotico incutevano timore soltanto a vederli. Il coltello lo usavano per tagliare dita, orecchie e genitali dei soldati nemici, che poi conservavano come trofei. Dopo la battaglia alle truppe marocchine, che combattevano per conto dei padroni coloniali, fu concesso da parte dei loro comandanti di agire come erano solite fare quando combattevano in proprio. Le popolazioni del frusinate si aspettavano, ingenuamente, libertà, sigarette e cioccolata, balli e bei ragazzi gentili, come era accaduto a quelle comunità dove i primi ad arrivare erano stati gli americani. Erano del tutto ignare che i goumiers consideravano i beni delle popolazioni civili come fonte di razzia e rapina e le donne come oggetto di piacere. E così accadde. Lungo la strada che da Cassino conduce a Frosinone, oggi l’autostrada del Sole, i goumiers non si limitarono a rubare tutto quel poco che la guerra aveva lasciato ai civili, ma commisero una serie impressionante di violenze carnali contro donne, ragazze e in alcuni casi anche bambine. A Esperia, uno dei primi centri colpiti, la violenza raggiunse senza eccezioni tutta la popolazione femminile e vennero stuprati anche centinaia di uomini. Chiunque si opponeva veniva ucciso brutalmente. I goumiers continuarono a imperversare risalendo la provincia, trasformando in un inferno ogni piccola località in cui passavano nel frusinate (Isoletta, Pofi, Patrica, Supino, Morolo) e poi ancora, salendo, in provincia di Latina, Formia, San Felice Circeo, Priverno, su fino al viterbese, sul lago di Bolsena, e addirittura alle prime località della Toscana meridionale.

Militari marocchini inquadrati nell’esercito francese accampati nei pressi di Monte Cassino

Una ragazza di appena 16 anni di Lenola, in provincia di Latina, fu tra le poche che ebbero il coraggio di raccontare: «Fui presa quattro volte dai marocchini e violentata. Assieme a me c’era pure una bambina di anni 12 che subì lo stesso sopruso. Eguale sorte è toccata a molte donne e ragazze di Lenola. Mia mamma fu derubata di tutto».

Fonti della polizia militare alleata riferivano che «in molti casi le truppe marocchine forzavano i genitori delle giovani ragazze e i mariti di donne sposate a essere presenti. In alcuni casi le madri si sacrificano pur di evitare la violenza contro le figlie vergini. A una donna che tentava di blandire due marocchini e un francese con l’offerta di soldi, questi presero il denaro, spiegando che volevano anche il resto. «Posero quindi il dilemma o darmi io a loro o dare le mie figlie, altrimenti, dissero, ci avrebbero tagliato la testa. Sono stata costretta a cedere alle loro voglie per evitare il disonore delle mie figlie». Un dramma ben rappresentato ne La ciociara, un film con Sophia Loren che Vittorio De Sica dedicò a questo fenomeno nel 1960. Alle violenze sessuali di massa seguivano conseguenze destinate a durare per anni, o per tutta la vita: malattie veneree, che non sfociarono in epidemia solo grazie a una rapida profilassi condotta dagli americani; gravidanze indesiderate; e infine la vergogna delle vittime, che nella stragrande maggioranza dei casi preferirono tacere, pur di evitare di essere additate e isolate dalla loro stessa comunità. Ragion per cui la maggior parte di queste tristi storie non sono mai state né denunciate alle autorità, né raccontate, benché per decenni abbiano aleggiato nella memoria collettiva delle popolazioni coinvolte. A pochi mesi di distanza dai fatti, il ministero della Guerra italiano pubblicò dei dati secondo cui tra il dicembre 1943 e il luglio 1944 c’erano stati 727 casi di violenza carnale, ma si trattava di una cifra priva di qualsiasi fondamento. Persino le autorità alleate erano disposte ad ammettere che solo nel Lazio, e soltanto in estate, i casi erano stati più di 800. Il fenomeno delle «marocchinate», così sono stati definiti gli stupri di massa commessi dai goumiers, è ancora oggi poco trattato dai libri di scuola e considerato argomento troppo delicato per essere affrontato.

Nonostante la mancanza di serie ricerche, si stima che siano state almeno 60.000 le vittime degli stupri. Sono cifre vertiginose, inimmaginabili, che ancora oggi gridano giustizia. Non solo nei confronti di chi attuò quelle violenze, o le incoraggiò, ma soprattutto di quelle élite italiane che gestirono malissimo l’uscita del Paese dal conflitto, senza preoccuparsi di proteggere l’incolumità delle popolazioni che erano affidate loro.

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