Il soldato sabaudo Pietro Micca

Fu quello che accadde nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706, quando i francesi invasero la galleria in cui erano di guardia Micca e un commilitone. Poiché non c’era tempo di preparare un innesco che facesse saltare il cunicolo, Pietro ordinò al compagno di fuggire e diede fuoco alle polveri, pur sapendo che non sarebbe sopravvissuto. Lo scoppio uccise il granatiere piemontese ma anche tre compagnie di soldati nemici, facendo crollare il tunnel e bloccando l’infiltrazione francese. La portata del sacrificio non fu subito compresa. Il comandante della guarnigione di Torino, Giuseppe Maria Solaro della Margherita, sostenne che l’impresa non fu un atto di deliberato coraggio, bensì il frutto di un errore nel calcolare i tempi dell’esplosione.

Neppure i Savoia si dimostrarono riconoscenti: Vittorio Amedeo II concesse alla vedova dell’eroe il misero vitalizio di due pagnotte al giorno. Ci vollero anni prima che la memoria dell’umile soldato fosse degnamente omaggiata. Cominciò, nel 1782, il conte Felice Durando di Villa con il libro Elogio di Pietro Micca, a cui seguirono opere agiografiche come il dramma Pietro Micca (composto da Vittorio Bersezio e rappresentato per la prima volta nel 1852), e l’omonimo film, diretto da Aldo Vergano nel 1938.

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