
La Grande Guerra fu il primo conflitto in cui ebbe largo impiego l’aviazione, e l’Italia non fu da meno delle altre potenze. Inizialmente, il ritardo di un anno nell’entrata in guerra fu deleterio per la preparazione. Nonostante il regno sabaudo fosse stato il primo a impiegare aeroplani in operazioni belliche, nel 1911 in Libia, le altre potenze l’avevano sorpassato per quantità a qualità dei velivoli, beneficiando dell’esperienza operativa accumulata. Pertanto, l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale con un’aviazione impreparata: al 24 maggio 1915, il Regio Esercito disponeva di soli 89 velivoli e la Regia Marina di 29 idrovolanti. La maggior parte degli apparecchi erano di progetto straniero, soprattutto francese, e costruiti su licenza da fabbriche italiane.
Fra le eccezioni c’erano i grandi bombardieri biplani ideati dall’ingegner Gianni Caproni e costruiti negli omonimi stabilimenti di Vizzola Ticino (Varese) e Taliedo (Milano). Il tipo base, il Ca.32, aveva l’apertura alare di ben 22 metri, lunghezza di 11 metri e tre motori Fiat da 100 Hp ciascuno (due a elica trattrice e uno a elica spingente, posto tra due code gemelle). Portava 450 kg di bombe a 115 km/h. I Caproni cominciarono ad attaccare le postazioni austriache sull’Isonzo il 20 agosto 1915 e negli anni seguenti, variamente potenziati, bombardarono a ondate molte basi asburgiche al di là dell’Adriatico, come Cattaro e Pola. Si recuperò il tempo perduto e nelle file italiane apparvero altri velivoli originali, come gli idrovolanti Macchi L, fabbricati a Varese rielaborando un idrovolante austriaco Lohner catturato in guerra; o come i ricognitori Saml S.2, sfornati dalla Società Anonima Meccanica Lombarda di Monza. Nei reparti da caccia fu invece usato il francese Nieuport Ni.11, costruito su licenza dalla Macchi e utilizzato a partire dal 1916 per la difesa aerea. Il piccolo biplano, con apertura alare di 7,5 m, lungo 5,8 m e con un motore Le Rhone da 80 Hp, sfiorava i 160 km/h ed era armato con una mitragliatrice fissa sull’ala superiore.
Fu pilotando questo modello che, il 7 aprile 1916, colse la sua prima vittoria l’asso Francesco Baracca, abbattendo un ricognitore austroungarico Aviatik che sorvolava la zona di Udine. Negli anni seguenti Baracca passò su caccia più potenti, come gli Spad S.VII ed S.XIII, che toccavano i 200 km/h, decorandoli con il suo stemma personale: il cavallino rampante, concesso molti anni dopo alla scuderia automobilistica di Enzo Ferrari. Baracca mori il 19 giugno 1918 sul Montello, abbattuto dal nemico dopo aver raccolto 34 vittorie. Fu il principale eroe dell’aviazione tricolore della Grande Guerra. Altri furono, sui bombardieri, Giuseppe Bailo, Oreste Salomone e Federico Zapelloni, mentre sui caccia furoreggiarono Silvio Scaroni, Pier Ruggero Piccio e Giovanni Ancillotto. Un cenno a parte merita il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, che dopo i voli dimostrativi su Trento e Trieste, partecipò, nel 1917, ad arditi raid di bombardieri Caproni, finché concepì l’idea di un volo sulla capitale nemica, Vienna. Dopo difficoltà e rinvii, verso la fine del conflitto D’Annunzio ottenne il permesso di sorvolare l’Impero Austroungarico alla testa dell’87ª Squadriglia, battezzata «La Serenissima», avendo come emblema il leone di Venezia. La mattina del 9 agosto 1918, la squadriglia del Vate decollò dal campo di San Pelagio, vicino a Padova, con 11 biplani Ansaldo Sva, i nuovi aerei prodotti dall’Ansaldo di Genova, in grado di toccare i 218 km/h. Raggiunta Vienna, sganciarono sulla popolazione non bombe, bensì volantini tricolori che invitavano alla resa. Fu l’apoteosi dell’aviazione dei tempi eroici, che sapeva ancora essere leale e cavalleresca.





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